< Da queste parti sono stati uomini con la U maiuscola quella volta della resistenza, come da un niente ne saltarono fuori una sessantina, tutti amici o fratelli o conoscenti fra loro, fecero la più perfida e più astuta delle guerre ai tedeschi per mesi e mesi e si diedero nome “Stella Rossa” >. (M. Marri)

La brigata partigiana “Stella Rossa”, il cui nome fu scelto dallo stesso comandante Mario Musolesi, operò in una zona dell’Appennino bolognese, centrata sulle vallate del Setta e del Reno, con puntate fin oltre il confine toscano a Pietramala e verso il modenese, a ovest, in direzione di Monte Vignola; il cuore dell’insediamento restò quasi sempre l’acrocoro montuoso che dalla confluenza Reno-Setta si protende a sud fino al monte Termine, nelle località di Vado, Gardelletta, Quercia, Casaglia, Caprara attorno a Monte Sole, fin verso Marzabotto, sul Reno e Monzuno Monte Venere, sull’alto Setta e nei numerosi borghi e nuclei di case coloniche di quel territorio, in particolare sulle due sponde del Setta. Il periodo di attività va dai giorni immediatamente successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943, fino alla fine del settembre 1944. Nuclei di partigiani della “Stella Rossa” continuarono a combattere in altre formazioni fino alla fine della guerra.
Il “popolo” della “Stella Rossa” fu un popolo costituente. Quelle donne, quegli uomini, quelle ragazze e quei ragazzi, quelle bambine e quei bambini a cui dobbiamo, più che a chiunque altro, eserciti alleati compresi, la nostra libertà, la nostra volontà di ricercare assetti di maggiore giustizia e uguaglianza, nonostante tutto e tutti. La nostra millenaria storia appenninica, di Monzuno, di Vado, di Marzabotto, di Grizzana M, di San Benedetto VS, di Castiglione d P. non ci consegna altri fatti, altre vicende, altre persone altrettanto degni di costruire il nostro essere attuale, la nostra identità e il nostro orgoglio, di singoli e di comunità.

Qualche dato:

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1325 i partigiani appartenuti alla Brigata “Stella Rossa”, secondo gli elenchi Anpi

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65% sul totale la percentuale di partigiani al di sotto dei 25 anni

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65% sul totale i partigiani originari della zona montana

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80% sul totale il tempo che la Brigata passò nell’area di Monte Sole

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4 medaglie d’oro al valor militare (Mario Musolesi, Gastone Rossi, don Giovanni Fornasini, Francesco Calzolari)

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7 medaglie d’argento al valor militare (Ettore Bruni, Rino Gamberini, Renato Moretti, Stenio Polischi, Renzo Sassi, Mario Ventura, Aronne Simonini)

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222 i partigiani della Brigata caduti, dei quali 27 donne

Le vallate del Reno, prima e del Setta, poi,vennero investite da forti elementi di modernizzazione tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX, introdotti soprattutto dalla costruzione delle due linee ferroviarie della Porrettana (inaugurata nel 1864) e della Direttissima Bologna-Firenze, completata nel 1934. Le due infrastrutture (ma per la Valle del Setta merita menzionare anche la strada statale – ora provinciale- 325, completata sempre all’inizio del ‘900) hanno voluto dire molti anni di grandi lavori (soprattutto per la Direttissima), afflusso di persone, mezzi, mentalità e culture innovative in proporzioni senza precedenti. Se tutto ciò non ha rivoluzionato in profondità il prevalente assetto agricolo di questa porzione di Appennino bolognese, ne ha però modificate importanti linee evolutive, in direzione di una maggiore industrializzazione (vedi valle del Reno), con la conseguente diffusione dei rapporti sociali ed economici basati sulla fabbrica, e di un’apertura al contatto quotidiano con la realtà della bassa collina periurbana e della città di Bologna. Un impasto dinamico di tradizione montanara (dove la coesione familiare, perfettamente operante o anche solo supposta e l’influenza pervasiva della religione cattolica e del suo clero, ne costituivano due degli elementi portanti) e di cambiamento carsico e manifesto che, se presente un po’ dappertutto nel territorio considerato, sarà particolarmente significativo per ambiti territoriali come quello di Vado.
La montagna bolognese, come e più di larga parte del resto del Paese, era stata sbalzata sullo scenario nazionale dall’ecatombe della Prima Guerra Mondiale, falciatrice di migliaia di vite, di altrettanti feriti, mutilati permanenti, destabilizzati fra la popolazione maschile delle vallate, soprattutto la più giovane. Le convulsioni del dopoguerra, conseguentemente, anche qui si erano fatte sentire potentemente, sul duplice richiamo della volontà di una trasformazione profonda degli assetti sociali, economici e di potere politico, come di un riflesso d’ordine che ponesse fine al conflitto sociale, aprendo un’era di una qualche prosperità, compensatrice, almeno in parte, dei sacrifici e dei lutti provocati dalla guerra (e dalla successiva ondata di influenza “spagnola”). Così le lotte contadine e operaie a fondamentale guida socialista (poi anche comunista), da una parte e la reazione nazional-fascista dall’altra, con la componente attiva del cattolicesimo in una posizione di difficile equilibrio, fanno la loro comparsa in queste zone, con un profilo sicuramente meno clamoroso e dirompente che in altre parti del territorio bolognese (la componente, chiamiamola in questo modo, di autoreferenzialità della popolazione montanara, intendendo con questo termine un insieme di attitudini, modi di comportarsi, slanci e chiusure, atteggiamenti mentali e pratici, qualità relazionali, non raramente contraddittori fra loro ma costituenti un unico impasto di vita), ma con eguale asprezza e non minore violenza. La normalizzazione fascista (ammantata qua e là da velleitari radicalismi populistici) colpirà amministrazioni (quasi tutte a trazione socialista all’inizio degli anni Venti) e politiche locali, tentando, con la propria ritualità, la propria mitologia nazionalistica e pseudo-popolare di inglobare anche la montagna nel disegno illiberale e dittatoriale del regime, incentrato sulla figura sempre più dominante (soprattutto a livello propagandistico) del duce Mussolini.
Non si può approfondire in questa sede la reale penetrazione del fascismo nelle fibre intime delle comunità appenniniche. Resta l’impressione di un’adesione carica di quietismo, quando non di paura, di qualche speranza di miglioramento delle generali condizioni di vita, di iniziale soddisfazione per l’avvenuta cessazione (almeno apparente) delle conflittualità sociali che generavano insicurezza e tensioni corrosive dei delicati equilibri locali, della ricerca più di continuità che di rotture col recente passato, dentro l’omologazione in camicia nera, che di fatto apprezzava poco le “fughe in avanti” degli elementi più innovatori dello stesso universo fascista; un’adesione che il tempo fece sempre più “normale” (in particolare in corrispondenza della realizzazione di opere significative, come la già citata Direttissima o, sul piano più nazionale, della conquista dell’Etiopia e della proclamazione dell’impero), ma anche distaccata, scettica, poco profonda, spesso dissimulata, non nutrita da grandi speranze; una situazione che probabilmente non è errato definire di a-fascismo, che preparava il terreno al rapido disgregarsi del consenso al regime, che fu quasi immediata conseguenza dell’entrata in guerra.
E i loro nuclei familiari e le reti amicali e di conoscenza. L’affermazione e il consolidamento del fascismo nelle contrade montane volle dire per molti bastonature, emarginazione, impossibilità di trovare lavoro, emigrazione, discriminazioni più o meno violente, processi, confini, in una stabilizzazione che ribadiva il predominio delle tradizionali classi dominanti e delle loro modalità di signoraggio, piuttosto che l’inaugurazione di una sorta di confusa, avveniristica, impalpabile rivoluzione nazionale. Un antifascismo tanto fortemente ancorato in convinzioni politiche ed ideologiche, quanto affondante nella concreta realtà discriminatoria e dalle scarse potenzialità emancipative, soprattutto per le giovani generazioni, che il regime andava realizzando, serpeggiò per tutto il Ventennio, ora inerpicandosi alla ribalta dei fatti, ora immergendosi nella quotidianità insoddisfatta. Figure come Umberto Crisalidi a Vado, Amedeo Nerozzi a Marzabotto, Bruno Cruicchi a Castiglione dei Pepoli, rappresentano bene questa militanza antifascista che non perse mai la speranza per una rigenerazione autenticamente democratica e rivoluzionaria dell’Italia e lottò per questa prospettiva fino anche all’estremo. Una famiglia come quella di Musolesi di Vado-Cà Veneziani ne testimonia il radicamento collettivo e solidaristico, quasi antropologico.

Il 25 luglio 1943 Mussolini fu deposto da un colpo di stato monarchico-fascista. Di fatto il fascismo come regime cessò di esistere, senza alcuna resistenza apprezzabile. L’8 settembre 1943 fu proclamato l’armistizio fra l’Italia e gli Anglo-Americani, che stavano avanzando lungo la Calabria, dopo aver completato la conquista della Sicilia, con il resto del Paese di fatto occupato dalle truppe tedesche, giunte “in soccorso” del fascismo nei mesi precedenti e da qualche settimana padrone del teatro italiano, mentre l’aviazione alleata martellava la Penisola. Le modalità con cui si attuò l’armistizio (resa senza condizioni) provocò la dissoluzione dell’esercito italiano, lasciato senza ordini, l’arresto e l’internamento in campi di concentramento di oltre 600.000 militari italiani da parte delle truppe tedesche, in Italia e nei diversi fronti nei quali erano impegnati e la fuga del re e del governo da Roma alla volta di Brindisi, in zona ormai sicura, lasciando la capitale in mano tedesca. Si verificarono diversi episodi di opposizione armata di reparti dell’esercito italiano nei confronti dei tedeschi (per tutti ricordiamo Cefalonia e Porta S. Paolo a Roma, dove furono presenti anche civili).

Il 9 settembre 1943 si costituì a Roma, per opera dei partiti antifascisti, ora nuovamente legalizzati, il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), che annunciò la volontà di voler contribuire alla liberazione del Paese dal nazismo e dai residui del fascismo per condurlo sulla via della democrazia, aprendo la stagione della Resistenza. Il 12 settembre 1943 Mussolini, prigioniero dello stato italiano sul Gran Sasso venne liberato dai tedeschi e portato a Monaco di Baviera ad incontrare Hitler. Il 23 settembre 1943 Mussolini proclamò la nascita della repubblica Sociale Italiana (o di Salò) nella parte del Paese occupata dai nazisti e avviò il reclutamento forzoso di truppe. Il 13 ottobre 1943 l’Italia monarchica dichiarò guerra alla Germania e fece schierare il proprio Corpo Italiano di Liberazione a fianco degli Alleati, in posizione di co-belligeranza. E’ bene ricordare questa serrata scansione di eventi che sconvolsero radicalmente la vita e le sorti dell’Italia in un arco brevissimo di tempo. Dobbiamo provare a calarci in una realtà assurda e incomprensibile per la maggior parte della popolazione, dall’assenza di punti di riferimenti certi, sballottati fra vertiginose speranze di fine della guerra e dei relativi orrori e timori oscuri che qualcosa di ancor più spaventoso potesse essere dietro l’angolo, in presenza di repentini cambiamenti di alleanze, per cui i nemici di ieri, svillaneggiati dalla propaganda e che continuano a bombardare senza sosta sono diventati i liberatori e gli alleati di guerra, coi quali si è condiviso il sogno del millenario dominio nazifascista in Europa e nel mondo, diventati gli spietati nemici e oppressori di oggi. Una realtà, quindi, di soli nemici di fatto, in attesa che le vicende belliche decidano le sorti.

Ce ne sarebbe abbastanza per rimpiangere amaramente il recente passato di nazione che ha saputo riunirsi col proprio Risorgimento e sedere fra le realtà politiche più significative del nostro continente, mentre ora sembra di essere tornati ai tempi lontani in cui l’Italia, pura espressione geografica, era il terreno di contesa delle grandi potenze del tempo. Con il sovrappiù delle caratteristiche distruttive della guerra moderna, che impegna enormi masse di uomini e mezzi tecnologici immani, tali da rendere il coinvolgimento diretto dei civili nel conflitto non solo inevitabile, ma del tutto necessario, configurandola a tutti gli effetti come guerra terroristica. Nel nostro caso dobbiamo aggiungere il carico ulteriormente devastante e, per il nostro ambito di riflessione, ancor più coinvolgente e odioso dello scontro tra italiani, tra uno stato fantoccio votato al sostegno della campagna militare tedesca (che vede la guerra in Italia come un tentativo di tenere lontano il conflitto dalla Germania, in attesa di tempi migliori e come occasione per depredare forze umane e mezzi materiali allo stesso fine), senza alcuna possibilità di gestione autonoma dello scontro bellico e un debolissimo governo monarchico che solo dalla primavera del 1944 si aprirà alla collaborazione piena con il CLN, nella direzione di una lotta attiva per il recupero della sovranità e della dignità nazionali, dalla parte degli Alleati, Così, nell’Italia occupata le forze spontanee e organizzate della Resistenza dovettero confrontarsi non solo, e spesso non tanto, con le truppe naziste ma anche con i diversi reparti di ispirazione repubblichina, costituiti da arruolati con bandi sempre più micidiali (la renitenza comporterà la fucilazione immediata), in grandissima parte largamente demotivati (e dove le diserzioni furono all’ordine del giorno); da uno scarsissimo numero di uomini reclutati fra le truppe internate in Germania, e non pochi di loro approfitteranno della riconquistata libertà per disertare; da giovani e giovanissimi ispirati dalla retorica nazionalistica, travestita da patriottismo e rispetto per la parola data all’alleato tedesco; da avventurieri della violenza e del crimine, impegnati non raramente in lotte personali o di piccoli gruppi. Al confronto, già di per se stesso impari, con l’esercito nazista la Resistenza si dovette misurare anche con la sedizione traditrice interna, con esiti sommamente dolorosi e tragici.

Questo il contesto nel quale fin dai primissimi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre nella zona di Vado comincia ad organizzarsi per un’opposizione esplicita all’occupante nazista e al rinascente potere fascista. Un contesto, è bene ricordarlo, che si fa sempre più urgente e stringente, che rende rapidamente impossibile l’atteggiamento dello starsene fuori, in attesa che qualcosa accada e, al risveglio, sia tutto risolto; la guerra ti viene a cercare, dovunque tu sia e qualunque cosa tu faccia. Si tratta, allora, di trafugare e nascondere armi abbandonate lungo la Direttissima dai reparti italiani allo sbando; si tratta di dare ospitalità e protezione a soldati alleati sfuggiti dalla prigionia; si tratta di orientare i giovani che non se la sentono di stare con le mani in mano mentre il mondo crolla o che non intendono rispondere positivamente ai bandi di arruolamento repubblichini. Dalle fonti storiografiche emergono le figure di Umberto Crisalidi e del giovane studente cattolico Giorgio Ugolini fra i protagonisti di queste prime azioni. Con il ritorno a Vado dalla guerra verso il 23 di settembre, di Mario Musolesi, il “Lupo”, quasi trentenne (è nato nel 1914) e molto noto nella zona, l’intera situazione conosce un salto di qualità e la formazione di un primo nucleo di resistenti armati diventa realtà rapidamente.

Di questo primo gruppo fanno parte fra gli altri i partigiani Giovanni Rossi, Alfonso Ventura, Cleto Comellini, Guido Tordi, Celso Menini, Giorgio Fanti, Giorgio Ugolini, oltre al Lupo, il fratello Guido ed anche le sorelle, in qualità di staffette. Presente in queste fasi iniziali è anche Olindo Sammarchi, amico di Musolesi e poi traditore della brigata per motivazioni di ambizione personale e di insofferenza nei confronti della leadership del “Lupo” e che, inquadrato nella milizia repubblichina, dagli stessi partigiani verrà ucciso nella primavera successiva.
La decisione di “darsi alla macchia” è tanto difficile, quanto inevitabile. Il territorio, le storie e le persone (le famiglie) spingono nella direzione della ribellione allo stato di cose presenti, all’insofferenza nei confronti di uno straniero occupante ed alla sua pratica di sistematica spoliazione e, spesso, di disprezzo nei confronti di supposti traditori (ma per molti italiani, in questo assai corroborati da lunghi anni di propaganda fascista, i tedeschi sono quelli di Caporetto, inopinatamente alleati, in posizione di netta superiorità, in una guerra non compresa e meno voluta), al netto rifiuto di imbarcarsi nell’avventura di Salò, vista insieme come furfantesca, opportunistica e velleitaria sottomissione al nazismo e come volontà odiosa di una fazione politica screditata e arrogante di riaffermare un proprio potere (magari ammantandolo di un’aura mediatoria nei confronti del duro tallone te desco) su luoghi e persone. Si coglie nettamente la direzione del conflitto (forse con eccessive speranze sulla sua durata effettiva), non si vuole avere nulla a che fare con chi rappresenta un sogno di gloria imperiale trasformatosi in un incubo di morte e si è determinati a riprendersi in mano, per quel che si può, il proprio destino, in vista di un futuro che si vuole migliore e più giusto. E tutto questo si fa “occupando” il proprio territorio, dimostrando che si è “padroni in casa propria”, che i fascisti di Salò non contano più niente, e nulla hanno più da offrire per il futuro, che i militari tedeschi si devono sentire su una terra nemica, che devono tornare a casa a difendere, se vogliono, le proprie frontiere e le proprie case.

Poi serpeggia, certo, anche il desiderio che le cose debbano cambiare anche nelle relazioni sociali e di proprietà, che questa guerra, con le modalità con cui si sta svolgendo, non può lasciare le cose immutate nella politica, nella società e nell’economia. Su questo punto, tuttavia, la Brigata “Stella Rossa – Lupo” manterrà sempre una sua spiccata autonomia di giudizio e di comportamento. Il dibattito politico, presente, non sarà mai dominante e determinante le scelte del gruppo sul campo, per esplicita volontà di Musolesi, che diffidava della propaganda – educazione politica (partitica), ritenendola più elemento disgregativo e deviante dall’obiettivo centrale della lotta che non un fattore coesivo della stessa. Di qui i difficili rapporti intercorsi con i commissari politici inviati da Bologna, con la sola parziale eccezione di Ferruccio Magnani, dall’estate 1944, che seppe allacciare rapporti molto buoni con il “Lupo”. Altrettanto ben accetto, pur con qualche asperità, fu il contributo del “Vecchio”, Umberto Crisalidi, ma lui era uno del posto. Di qui la coesistenza di una pluralità di punti di vista all’interno della Brigata. Di altra natura furono le divergenze ed i contrasti che si verificarono nel tempo e di cui più avanti si darà conto. Radicamento territoriale, stanzialità elettiva nella zona di Monte Sole, con un profondo legame con le popolazioni residenti, senza l’attivo e convinto aiuto delle quali, giova sempre sottolinearlo, l’esperienza della “Stella Rossa” sarebbe stata semplicemente impossibile; autonomia di comando e di azione; compattezza nella provenienza familiare del nucleo iniziale e sua egemonia per tutta la durata dell’esperienza resistenziale; forte influenza carismatica di Mario Musolesi come comandante indiscusso (e per molti indiscutibile) del gruppo; relazioni costanti, pur con oscillazioni e riserve, con gli Alleati e con il CLN ed il CUMER bolognesi, queste alcune delle caratteristiche salienti che profilano la storia della Brigata “Stella Rossa – Lupo” e che ne fanno un caso unico nella vicenda della Resistenza bolognese e italiana

Possiamo suddividere la storia della Brigata in quattro parti principali.

La fase iniziale della formazione e delle prime attività di organizzazione, radicamento e di sabotaggio. Ai primi di novembre del 1943 la Brigata era formata e operativa, anche grazie ai buoni uffici del parroco di Vado don Eolo Cattani, che ospitò almeno un’importante riunione organizzativa in canonica. Il locale in cui avviene l’incontro e la presenza attiva del parroco dicono di un rapporto piuttosto intenso e significativo che si sviluppò per tutto il tempo di vita della Brigata fra questa formazione ed il clero locale, che dovette contare le sue vittime (per tutti la medaglia d’oro al valor militare di don Giovanni Fornasini), anche questo fatto una prova delle profonde radici locali e sociali che caratterizzeranno la “Stella Rossa”. Sono diverse decine gli uomini che compongono questo nucleo iniziale, quasi tutti delle zone limitrofe e, comunque, montanari, giovani e giovanissimi (il ventinovenne “Lupo” è un anziano e, forse, anche questo dato anagrafico contribuisce ad accrescerne il prestigio), operai (in maggioranza) e contadini,moltissimi fra loro parenti, amici o buoni conoscenti, qualche presenza cittadina sfollata nel territorio o di origine locale, qualche militare alleato sfuggito dalla prigionia lungo la Direttissima (ricordiamo per tutti il neozelandese Stewart Stevenson, “Steve”, che per lunghi mesi, insieme a qualche altro commilitone, rimase con la “Stella Rossa”, fornendo un prezioso contributo di esperienza e di collegamento con gli Alleati e l’indiano Sad).

La campagna autunnale e invernale si sostanziò di azioni di sabotaggio sulla Direttissima contro i convogli tedeschi, alcuni estremamente efficaci, trattandosi del tratto ferroviario più importante per i collegamenti nord-sud, addirittura vitale per alimentare il fronte, fermo sulla linea di Cassino (se ne ricorda in particolare uno che causò il deragliamento di moltissimi vagoni di un treno sfrenato che interruppe per giorni il traffico ferroviario); di limitati scontri con le truppe germaniche (non venne mai cercato lo scontro aperto, nella consapevolezza della differente caratura militare e delle minacce di rappresaglia che si sarebbero potute abbattere sulla popolazione civile, cioè sulle proprie famiglie); di intimidazione e drastico ridimensionamento delle pretese di dominio del rinato stato fascista, ora repubblicano, che tenta , a partire da Vado (dal 1929 sede del municipio) di ripristinare la propria autorità sul Comune.
Da notare che fino all’arrivo del fronte nell’autunno del 1944, la zona di Monte Sole fu praticamente fascista-free; di azioni in favore della popolazione civile, come la distribuzione del grano dell’ammasso di Vado nel novembre; di organizzazione interna, dalla ricerca di luoghi sicuri di ricovero per la vita clandestina (o, per diversi, semiclandestina), alla ricerca delle armi, alla loro corretta manutenzione, dal consolidamento economico e finanziario della Brigata (le prime 250.000 lire furono versate dalla famiglia Musolesi e la contabilità della Brigata di cui si ha conoscenza ammonta ad alcuni milioni di lire) e dal reperimento dei mezzi di sostentamento (nel tempo si ricorse anche a prelievi forzosi nei confronti dei proprietari dei fondi, con qualche episodio di espropriazione violenta nei confronti dei possidenti vicini al fascismo, mentre in genere veniva rilasciata una ricevuta dei beni prelevati, con l’indicazione del diritto di rimborso a guerra terminata), alla creazione di una rete di informatori, anche dentro le stesse strutture repubblichine, che consentisse di avere sempre il polso della situazione, sempre molto dinamica, della zona.

Furono mesi duri ma vincenti. La Brigata, la prima ad essersi formata e mantenuta nell’Appennino bolognese, uscì dall’inverno rafforzata e con una notevole influenza reale nella vita di quelle vallate (non una presenza solo episodica e puntuale). Di contro al parere del CLN bolognese che, in base alle prime esperienze fallimentari, aveva ritenuto (anche con ragioni positive) che il territorio appenninico mal si prestava all’azione di guerriglia, esclusa, forse, la parte più alta e disabitata di crinale, a causa della facilità complessiva di controllo da parte degli occupanti e, non a caso, indirizzò verso le montagne venete molti giovani della città che intendevano affrontare la guerra di liberazione
La seconda parte si estende dalla primavera del 1944 al mese di luglio dello stesso anno e vide l’enorme rafforzamento numerico della Brigata, indotto dallo sfollamento dalla città, dai sempre più draconiani reclutamenti fascisti, dallo stesso successo della “Stella Rossa”, dalla speranza che, con lo sfondamento del fronte di Cassino, la guerra possa avvicinarsi alla sua conclusione. La Brigata venne a contare oltre 1000 effettivi in una montagna che ormai brulicava di gruppi di resistenza. Un numero così elevato comporta notevolissimi problemi organizzativi e logistici, dall’acquartieramento al rifornimento di armi, dalla disciplina interna al rischio crescente di infiltrazione, dall’aumentata pressione sull’economia (cioè sulla popolazione) locale alla vera e propria strategia militare. Ricordiamo tra le presenze più esterne all’ambiente quelle di una quarantina di carabinieri (con alla guida il capitano Giovanni Saliva). Molto importante e, per certi aspetti assai innovativa, la presenza femminile, non solo come staffette privilegiate per far circolare informazioni e aiuti (armi comprese), ma come madri, mogli, nonne, sorelle che restano a casa e permettono, nella quotidianità, agli uomini in clandestinità di sopravvivere dignitosamente e che, ancora più basalmente, garantiscono la vita delle comunità, tessendo fili di solidarietà, riconnettendo volontà di farcela anche nei momenti più disperati. Le ricostruzioni storiografiche e la memorialistica ci parla di mesi esaltanti e insieme faticosi, contraddittori, di scontri interni anche rudi e di difficoltà all’esterno. L’allargamento numerico non comportò una ridiscussione della gerarchia interna della Brigata: centrale restò il ruolo dei fondatori locali, indiscussa la supremazia del “Lupo”, anche se l’articolazione per battaglioni si fece più precisa e si tentò un addestramento più efficace, oltre all’introduzione di metodiche di reclutamento più severe (anche se non abbastanza per evitare pericolose infiltrazioni); emerse la figura del giovanissimo bolognese Sugano Melchiorri “Sugano”, via via sempre più critico della conduzione politica ed anche strategico-militare della formazione partigiana da parte di Musolesi; un paio di lanci di rifornimenti alleati porteranno alla “Stella Rossa” armi, divise ed equipaggiamenti, tali da rafforzarla notevolmente (oltre che da accreditarla presso gli Alleati e accrescerle il prestigio presso il resto del movimento resistenziale bolognese). Le capacità di interdizione territoriale aumentarono, come gli scontri armati e le perdite inflitte e subite, con un allarme crescente presso i comandi tedeschi (anche in presenza dell’evidente debolezza del fascismo locale, non in grado di contrastare con un minimo di efficacia la presenza partigiana). Si verificarono episodi ancora oscuri di attriti interni (il più grave è probabilmente quello della morte di Alberto Menini, fratello di uno dei comandanti della formazione, Celso), a volte si assiste ad una sorta di rilassatezza nella disciplina interna, con un eccesso di protagonismo spontaneistico da parte di qualcuno o, ancora peggio, con atteggiamenti che confinano con la vendetta privata, la semplice ruberia a fine di arricchimento personale, l’azione isolata e criminale. Fenomeni che, nel contesto di una guerra che si allunga e si incrudisce, contribuiscono a moltiplicare le linee di frattura nei confronti di una parte della popolazione coinvolta, a sua volta compressa fra la ricerca ansiosa di una salvaguardia individuale e famigliare quale che sia e una più realistica percezione della condizione tragica in cui si vive, ma che proprio per questo, richiede un atteggiamento di prospettiva, fosse pure disperata.
La memoria intercorsa, accompagnata da lunghi silenzi più o meno volontari, qualche rancore mai sopito, il senso di un’ingiustizia subita e che non ha potuto trovare uno sfogo pubblico, l’eco di paure terrorizzanti, la delusione e la vera e propria avversione politica ed ideologica hanno costruito un materasso ambiguo, pieno di screziature negative e di cattivi pensieri sulle azioni e la stessa presenza della “Stella Rossa”. Il catastrofico momento della strage di Monte Sole, che segna anche la fine della Brigata, come vedremo, ha sanzionato presso non poche persone questo giudizio recriminatorio. Ma tali atteggiamenti non sono giustificati dalla ricostruzione obiettiva, per quanto possibile, di quei mesi di lotta. Tutte le contraddizioni e le colpe singole e collettive non oscurano (non possono e non devono farlo) il tono liberatorio di una scelta civile e di recupero di dignità personale e di popolo che costituisce la cifra fondamentale dell’attività della “Stella Rossa”.

Il 28 maggio 1944 la formazione partigiana venne investita dal primo grande rastrellamento della zona di Monte Sole operata dai tedeschi, accompagnati da elementi repubblichini. Si tratta sicuramente della prova militare più rilevante sostenuta dalla Brigata fino a quel momento. Si verificano incendi di abitazioni, arresti per deportazioni, minacce alla popolazione civile. Ma sul piano dello scontro fisico è una grande vittoria per la “Stella Rossa”, i militari nazifascisti in più punti sono duramente contrastati e sconfitti, nessuno degli obiettivi dell’operazione viene conseguito nell’immediato e le perdite sono assai rilevanti. Tuttavia, proprio il successo illustra bene la condizione della guerra di guerriglia. Non è possibile restare sul posto col rischio certo di dover affrontare un ulteriore attacco assai più massiccio, con l’immanente coinvolgimento diretto degli abitanti civili. La tattica e la strategia impongono di lasciare un territorio ora troppo esposto e alleggerire la tensione facendola defluire verso altre zone. E’ una scelta molto dura per la Brigata, soprattutto per il “Lupo” e i suoi, che non amano abbandonare la propria terra. E non sarà un bel mese, quello fra giugno e luglio del 1944, tra il confine toscano verso il Mugello prima e Montepastore e Monte Vignola poi. Proprio alla fine di questo periodo, nel mese di luglio, si consumerà la frattura interna più importante della storia della Brigata. A conclusione di un confronto fin troppo franco fra il comandante e “Sugano”, quest’ultimo decise di andarsene verso Montefiorino (continuerà la lotta partigiana fino alla Liberazione) seguito da un’ottantina di uomini, diversi dei quali senza armi, ritenendo sbagliata la decisione di tornare verso Monte Sole e poco produttiva la strategia complessiva di lotta. Una palese dimostrazione dei conflitti interni alla “Stella Rossa”ma anche della solidità del ruolo egemonico del “Lupo” e dei suoi uomini
La terza fase comprende la dislocazione della Brigata nella zona di Pietramala, sul confine tosco-emiliano, con una sua riorganizzazione e un ricompattamento interni dopo lo “scisma” di “Sugano” e il ritorno definitivo, nella seconda metà di agosto, a Monte Sole.

I primi di agosto la “Stella Rossa” subì un duro rastrellamento tedesco su Monte Venere, che non comportò perdite significative, ma determinò ulteriore sconforto fra i partigiani, con il “Lupo” che arrivò a comunicare una sorta di “libera uscita” per chi non se la sentisse più di continuare. In questo periodo si aggregò alla “Stella Rossa” un plotoncino di fuggitivi russi e kazaki guidati dal guerriero Karaton, destinato a morire in combattimento a Casteldebole nell’ottobre successivo. L’insediamento sul confine toscano costituì una sorta di momento rigeneratore della formazione partigiana, forte ora di circa 400 uomini; alcuni scontri con i tedeschi e segnatamente uno fra il 18 e il 19 agosto, cementarono il gruppo e ne riprofilarono l’autostima. Fu in queste settimane che i rapporti fra il comandante “Lupo” e il commissario politico comunista “Giacomo”, Ferruccio Magnani, migliorarono sostanzialmente, tanto da far assomigliare la “Stella Rossa”, nell’ultima stagione della sua esistenza ad una brigata Garibaldi. Poco tempo dopo la battaglia ricordata, la Brigata tornò a Monte Sole, reinsediandosi nel territorio conosciuto.

Sono settimane estremamente drammatiche sul fronte della guerra. Il 4 giugno è stata liberata Roma e le truppe alleate stanno dilagando verso nord. L’11 di agosto incominciò la battaglia di Firenze. La quinta armata USA e l’Ottava inglese giunsero a ridosso degli Appennini, ultimo ostacolo prima della liberazione dell’intero Nord Italia. I più ritennero che la guerra in Italia fosse alla svolta finale, sottovalutando almeno due grandi elementi strategici: l’essere ormai il fronte italiano un fronte relativamente secondario per gli Alleati, anche se estremamente impegnativo sotto il profilo militare, di fronte allo sforzo che si stava producendo nella Francia settentrionale dopo l’invasione della Normandia iniziata il 6 giugno, per cui dalla Penisola vennero prelevati robusti contingenti di truppe e la rigidissima direttiva hitleriana di tenere il fronte italiano il più a lungo possibile e il più lontano possibile dalle Alpi, volontà che si concretizzerà nella predisposizione della Linea Gotica, come bastione difensivo trasversale dall’Adriatico al Tirreno. Quando l’assalto alleato si riversò sui contrafforti appenninici, le valli del Setta e del Reno diventano immediate retrovie del fronte in avanzata, fino ad essere prima linea dalla fine di settembre 1944. Tutto cambia per tutti. Mentre a Monte Sole si attesero con trepidazione notizie sull’avanzata degli Anglo-Americani e si annusava la situazione locale, tra speranze di un rapido tracollo tedesco e timori per un colpo di coda, da Bologna giunse l’ordine del CUMER di far confluire tutte le formazioni partigiane verso la città, in vista di una supposta battaglia finale di liberazione. Richiesta alla quale il comandante Musolesi resistette, preferendo mantenersi “vicino a casa”, in attesa degli Alleati ed in posizione più utile per la protezione delle stesse popolazioni locali. Ancora una volta il riflesso istintivo dell’appartenenza territoriale e la caparbia volontà di autonomia prevalsero su ogni altra considerazione, nella confusione di quella febbrile fine estate.
Sono settimane ancora di grande tribolazione. I primi di settembre il giovanissimo partigiano Gastone Rossi, fratello del vicecomandante Gianni, si ferì mortalmente mentre maneggiava un’arma: in alcuni documenti di questo periodo troveremo nominata la Brigata “Stella Rossa – Leone”, con il nome di battaglia del giovane caduto. Alcuni fascisti di Monzuno vennero sequestrati dai partigiani per poter essere scambiati con familiari del “Lupo” arrestati. Lo scambio avvenne, ma almeno un fascista, che aveva riconosciuto alcuni membri della Brigata, venendo meno al giuramento prestato di non dire nulla, denunciò le persone riconosciute, per cui le famiglie di questi ultimi subirono la rappresaglia repubblichina con l’incendio di alcune case ed altre violenze terroristiche (ci saranno anche deportazioni in Germania). La reazione della “Stella Rossa” si concretizzò in un durissimo comunicato che minacciava i fascisti di Monzuno di guerra senza quartiere e senza prigionieri. Mancò l’ultimo lancio di rifornimenti alleato, forse a causa di un equivoco nella comunicazione: sul luogo deputato furono lanciati spezzoni di bombe, anziché gli indispensabili plichi di armi e vettovagliamento. Anche per questo la formazione partigiana si trovò a corto di armi e di munizioni. Ma l’arrivo degli americani sembrava davvero imminente, ormai a vista di cannocchiale e le posizioni riconquistate abbastanza solide, mentre continuarono le azioni d sabotaggio e di disarticolazione delle linee tedesche lungo le due vallate.
Sono settimane ancora di grande tribolazione. I primi di settembre il giovanissimo partigiano Gastone Rossi, fratello del vicecomandante Gianni, si ferì mortalmente mentre maneggiava un’arma: in alcuni documenti di questo periodo troveremo nominata la Brigata “Stella Rossa – Leone”, con il nome di battaglia del giovane caduto. Alcuni fascisti di Monzuno vennero sequestrati dai partigiani per poter essere scambiati con familiari del “Lupo” arrestati. Lo scambio avvenne, ma almeno un fascista, che aveva riconosciuto alcuni membri della Brigata, venendo meno al giuramento prestato di non dire nulla, denunciò le persone riconosciute, per cui le famiglie di questi ultimi subirono la rappresaglia repubblichina con l’incendio di alcune case ed altre violenze terroristiche (ci saranno anche deportazioni in Germania). La reazione della “Stella Rossa” si concretizzò in un durissimo comunicato che minacciava i fascisti di Monzuno di guerra senza quartiere e senza prigionieri. Mancò l’ultimo lancio di rifornimenti alleato, forse a causa di un equivoco nella comunicazione: sul luogo deputato furono lanciati spezzoni di bombe, anziché gli indispensabili plichi di armi e vettovagliamento. Anche per questo la formazione partigiana si trovò a corto di armi e di munizioni. Ma l’arrivo degli americani sembrava davvero imminente, ormai a vista di cannocchiale e le posizioni riconquistate abbastanza solide, mentre continuarono le azioni d sabotaggio e di disarticolazione delle linee tedesche lungo le due vallate.

L’ultima parte si consumò negli ultimi giorni del settembre 1944 e culminò nella tragicissima giornata del 29. La convulsione nella zona in quelle ore si era fatta massima. Segnali contraddittori si potevano leggere dai movimenti delle truppe sul terreno e giungevano dalle staffette informative (diverse delle quali, peraltro, erano entrate stabilmente nei ranghi, perché ormai riconosciute come partigiani, con la conseguenza che il flusso informativo non era più così cospicuo e affidabile). Pareva che i tedeschi stessero ripiegando verso la città, dei repubblichini si era persa quasi ogni traccia, ma, d’altra parte, erano entrate nello scenario locale numerose divise delle SS e questo costituiva un pessimo auspicio. Il Comandante Musolesi sembrava propendere per la progressiva e magari anche aggressiva smobilitazione nazista, potendosi attendere qualche colpo di coda del nemico, ma nulla di troppo difficile da sostenere.
All’alba del 29 settembre 1944, dalle due vallate del Setta e del Reno, su quattro direttrici di marcia, con obiettivo la cima di Monte Sole, partì l’attacco tedesco con circa 1500 uomini, (con la presenza di elementi fascisti in divisa germanica), con forte appoggio e copertura di artiglieria.

Prima di accennare agli ultimi drammatici momenti della Brigata, soffermiamoci su un breve esercizio di storia simulata e domandiamoci: cosa ne sarebbe stato della “Stella Rossa” e della sua memoria se le cose fossero andate diversamente in quegli ultimi frangenti; se, ad esempio, il fronte si fosse mosso più rapidamente o se, permanendo lo stallo militare, la formazione partigiana, come da tante altre parti, avesse potuto continuare la sua attività, magari con più difficoltà e sacrifici, per giungere anch’essa alla Liberazione dell’aprile 1945? Non si tratta di un interrogarsi inutile o futile perché il massacro di Monte Sole, per la sua vastità, radicalità, ferocia tende a trascinare nel proprio cono di inferno di sangue e di fuoco tutto quanto era accaduto anche prima, deformandone completamente l’aspetto. E’ il terribile interrogativo delle corresponsabilità, del “si doveva agire diversamente”, del “si poteva fare qualcosa di più”, fino allo spaventoso “non si è stati capaci di o non si è voluto capire quanto stava accadendo e si è tirato troppo la corda”. Qui è in gioco l’autentica moralità del movimento resistenziale incarnato dalla “Stella Rossa”, la sua più profonda legittimità, il suo onore per coloro che lo sostennero e per tutti noi che ne siamo gli eredi. E allora occorre che lo diciamo con estrema chiarezza ed altrettanta determinazione: la “Stella Rossa” non ebbe alcuna responsabilità su quanto accadde attorno a Monte Sole dal 29 settembre ai primi giorni di ottobre 1944, se non quello di essere stato un avversario temibile e pericoloso per gli occupanti nazisti e gli sfuocati fascisti, pericolosità esaltata dalla stretta compenetrazione dei partigiani con la loro terra e la gran parte delle loro genti, condizione che rendeva assai meno efficaci le stesse pratiche terroristiche ordinarie alle quali si era ricorso nei mesi precedenti da parte degli occupanti. L’attacco si presentò come un’azione di guerra in piena regola, pianificato e condotto come tale da truppe preparate ed esperte, pianificato con tutta la cura che il momento bellico rendeva possibile ed affidato a uomini spietati e veterani di guerra come il maggiore Reder. L’obiettivo era quello di “ripulire” un tratto di fronte che doveva essere fortificato e trincerato per la difesa della pianura e per guadagnare altro tempo in un conflitto dal destino ormai segnato, ma non ancora conclamato. Non doveva essere prestata alcuna attenzione alla presenza di civili, non c’era né volontà né tempo per una più o meno ordinata evacuazione, solo catture di eventuali uomini validi da adibire a lavori di appoggio o mandare in Germania e sterminio per tutti gli altri, senza alcuno scampo possibile, che non fosse dato dalla casualità del momento e dalla più o meno grande ferocia del reparto del caso. La presenza della “Stella Rossa” serviva come vigliacca e proditoria copertura, oltre che come vendetta aggiunta contro i ribelli, come furono chiamati gli oltre 770 uccisi, fra i quali 216 bambini, 316 donne e 142 anziani, calcolati nei taccuini dei criminali nazisti, nell’indifferenza generale e brutale di qualsiasi rispetto umano.

La sproporzione di uomini, mezzi e pianificazione rese del tutto improponibile lo scontro fra le parti e così doveva essere per i tedeschi. Il fatto che il “Lupo”, con parte dello stato maggiore, si trovasse a Cadotto, in una località periferica del dispositivo militare della Brigata, uno dei luoghi investiti per primi dall’attacco nemico, certamente rese più rapida e traumatica la disarticolazione dei diversi reparti, con la mancanza di ordini chiari e indiscutibili, oltre che della stessa presenza fisica del comandante, ma non fu sicuramente decisiva per le sorti dello scontro. Mario Musolesi cadde la mattina del 29 settembre, con alcuni altri compagni, mentre il vice Gianni Rossi, in compagnia di qualche altro, feriti, riuscirono a sganciarsi dopo furiosi combattimenti. L’intero dispositivo della Brigata fu sconvolto, ma, nonostante ciò, la resistenza, a macchie di leopardo, fu accanita, tanto che solo il secondo giorno, 30 settembre, fu raggiunta dagli attaccanti la cima di Monte Sole. Durante la notte, dopo drammatici confronti fra i partigiani rimasti si decise per l’abbandono del territorio, chi verso il fronte alleato, chi verso la pianura, dove molti di loro si inquadrarono nuovamente in altre formazioni partigiane e dove si patì ancora ferite, torture e morte. Al primo di ottobre, di fatto, la Brigata Partigiana “Stella Rossa” non esisteva più. La seconda guerra mondiale rappresenta senz’altro il più sconvolgente e tragico momento della storia italiana dall’epoca romana e delle guerre gotiche. Arò e rivoltò le zolle da sud a nord della Penisola, con intensità diversa ma eguale carico di sofferenza, violenza, odio, stanchezza, allucinazione. Più il presente si allontana e in maniera per noi fortunatamente pacifica, più rifulge il sinistro e grandioso bagliore di quegli anni tormentati, che in alcun modo ci possiamo permettere di illanguidire e sopire.
La sproporzione di uomini, mezzi e pianificazione rese del tutto improponibile lo scontro fra le parti e così doveva essere per i tedeschi. Il fatto che il “Lupo”, con parte dello stato maggiore, si trovasse a Cadotto, in una località periferica del dispositivo militare della Brigata, uno dei luoghi investiti per primi dall’attacco nemico, certamente rese più rapida e traumatica la disarticolazione dei diversi reparti, con la mancanza di ordini chiari e indiscutibili, oltre che della stessa presenza fisica del comandante, ma non fu sicuramente decisiva per le sorti dello scontro. Mario Musolesi cadde la mattina del 29 settembre, con alcuni altri compagni, mentre il vice Gianni Rossi, in compagnia di qualche altro, feriti, riuscirono a sganciarsi dopo furiosi combattimenti. L’intero dispositivo della Brigata fu sconvolto, ma, nonostante ciò, la resistenza, a macchie di leopardo, fu accanita, tanto che solo il secondo giorno, 30 settembre, fu raggiunta dagli attaccanti la cima di Monte Sole. Durante la notte, dopo drammatici confronti fra i partigiani rimasti si decise per l’abbandono del territorio, chi verso il fronte alleato, chi verso la pianura, dove molti di loro si inquadrarono nuovamente in altre formazioni partigiane e dove si patì ancora ferite, torture e morte. Al primo di ottobre, di fatto, la Brigata Partigiana “Stella Rossa” non esisteva più. La seconda guerra mondiale rappresenta senz’altro il più sconvolgente e tragico momento della storia italiana dall’epoca romana e delle guerre gotiche. Arò e rivoltò le zolle da sud a nord della Penisola, con intensità diversa ma eguale carico di sofferenza, violenza, odio, stanchezza, allucinazione. Più il presente si allontana e in maniera per noi fortunatamente pacifica, più rifulge il sinistro e grandioso bagliore di quegli anni tormentati, che in alcun modo ci possiamo permettere di illanguidire e sopire.

Perché lì è contenuto anche il deposito più ricco e fecondo di speranze, di fiducia nelle capacità popolari di ricostruire, di riscatto morale e civile, di piangere le morti ingiuste e insensate e le distruzioni materiali e mentali con lacrime di solidarietà e anche di fratellanza; lacrime che non vogliono e non possono negare le responsabilità di coloro che trascinarono un intero Paese nella catastrofe e, a diversi livelli di colpevolezza e di coscienza, ve lo tennero per quasi sei anni, come non vogliono e non possono in alcun modo sottacere, marginalizzare, obliare, magari collocandoli nei cieli di un’agiografia retorica e stinta, coloro che seppero fare le scelte giuste e ne seppero sopportare i costi relativi; non santi, né superuomini, né eroi semidivini, ma donne e uomini, giovani e giovanissimi per la maggior parte, intossicati dalle forme della formazione totalitaria fascista, che combatterono, vissero e morirono per qualche cosa di più grande, che fosse la propria terra, la propria classe sociale, il proprio ideale politico e/o religioso, i propri cari, la dignità di e per se stessi, il semplice dire no alla cieca distruttività fascinosa di proposte e pratiche di potere esaltanti la più grande ferocia discriminatoria che l’umanità abbia saputo costruire fino ad allora. E questa ribellione fu condotta con tutte le passioni, le ragioni, le forze, gli istinti, le pulsioni proprie degli esseri umani, che tutto contengono e manifestano nella gamma che va dall’odio più abbietto, dalla violenza più insensata e lucida all’amore più disinteressato e comprensivo. E di questa umanità ha fatto e fa parte il popolo della “Stella Rossa”, un popolo costituente, quelle donne, quegli uomini, quelle ragazze e quei ragazzi, quelle bambine e quei bambini a cui dobbiamo, più che a chiunque altro, eserciti alleati compresi, la nostra libertà, la nostra volontà di ricercare assetti di maggiore giustizia e uguaglianza, nonostante tutto e tutti. La nostra millenaria storia appenninica, di Monzuno, di Vado, di Marzabotto, di Grizzana M, di San Benedetto VS, di Castiglione dei P. non ci consegna altri fatti, altre vicende, altre persone altrettanto degni di costruire il nostro essere attuale, la nostra identità e il nostro orgoglio, di singoli e di comunità.

“Da ribelli a partigiani”, Arte&dintorni Editrice 2015